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Oltre l’immagine. Intervista a Francesca Manetta

Francesca Manetta è una giovane artista italiana il cui ricco bagaglio pittorico viene trascritto nelle sue opere fotografiche con grazia e raffinatezza. Il suo sguardo si posa su un mondo letterario classico, ma che ben si riadatta alla contemporaneità secondo le chiavi di lettura che consegna allo spettatore per una sempre libera reinterpretazione. Caratterizzata da un profondo studio delle fonti e da una dettagliata cura scenografica oltre che stilistica degli scatti, l’arte di Francesca Manetta ci induce a riflettere sui messaggi che si celano ancora dietro al gesto artistico.

La natura è sempre protagonista delle tue opere. In particolare che significato assume in Giardini Allegorici, presentato a The Others 2014?

Come spesso accade nei miei scatti la natura è parte integrante del significato dell’opera e interagisce con i protagonisti umani, non come semplice sfondo ma come elemento fondamentale per definire il personaggio e la narrazione, per aggiungere una precisazione di senso o a volte per dare concretezza a uno stato d’animo.

In Giardini Allegorici ho attuato quasi il processo inverso: è la presenza della figura umana che aiuta a comprendere più facilmente il significato dell’elemento naturale.

Indipendentemente dal risultato della composizione finale è stato diverso il procedimento mentale che ho seguito nell’elaborazione di queste opere.

Ad esempio nella serie Principessa + Ranocchio i protagonisti sono immersi in uno scenario naturale che non solo interagisce fisicamente con essi, ma sottolinea ulteriormente la “stranezza” della figura della Principessa, lo sbilanciamento del rapporto di questa coppia e la mia interpretazione narrativa. Quindi in questo (e in molti altri casi) la presenza della natura rafforza e sostiene il personaggio. Se prendiamo invece il CAP. II di Giardini Allegorici, Arborvitae, il protagonista in realtà non è la figura umana (per quanto sia spesso al centro dell’immagine), ma il melograno. Tutti i significati simbolici sono già contenuti nella raffigurazione dell’albero o del frutto, ma la presenza delle due donne li rende ulteriormente manifesti: esse sono quasi un’incarnazione, un’emanazione dell’elemento naturale, aggiungono una chiave di lettura per la messa in scena, sottolineano e sostenengono alcuni aspetti delle allegorie peculiari di questo elemento naturale.

Rex Nemorensis e Arbovitae sono solo due dei capitoli che comprendono e comprenderanno il complesso progetto di Giardini Allegorici. Puoi spiegarci come si possano ritenere indipendenti e allo stesso tempo interconnessi tra loro?

Sono indipendenti nel senso che ogni capitolo sviluppa autonomamente e compiutamente il discorso relativo a un singolo elemento naturale, articolandosi in una micro-serie di scatti. Allo stesso tempo sono collegati sia da un punto di vista stilistico, sia soprattutto da un punto di vista tematico: la centralità di un elemento naturale ricco di significati simbolici interpretato secondo la mia personale versione di “allegoria”. Il mio grande amore per i libri mi ha infatti portato a strutturare l’intero progetto come una sorta di trattato, i cui capitoli non sono frutto di un percorso narrativo ma sono dedicati ciascuno a un particolare soggetto. L’unità generale mi consente di mantenere Giardini Allegorici come un discorso sempre aperto, al quale poter ritornare per aggiungere di volta in volta un nuovo capitolo.

L’allegoria, la fiaba, la letteratura sono sempre lo spunto da cui prendono origine i tuoi lavori fotografici. Quanta ricerca c’è dietro ogni argomento che tratti, quanta interpretazione lasci allo spettatore e quanto di te racconti in e attraverso essi?

Lo spunto nasce sempre da un tema che mi è caro o che mi ha particolarmente colpito, che magari è rimasto in un angolino della memoria per anni, prima di trovare il momento buono per tornare alla luce. Quindi è la mia parte istintiva ed emotiva che mi porta a scegliere il soggetto, così come i luoghi e i personaggi. La ricerca invece soddisfa la mia parte razionale e studiosa, mi serve per approfondire il tema e sostenerne l’argomentazione. Mi è congeniale lavorare a progetti che abbiano diversi livelli di lettura e che lascino quindi spazio alla mia interpretazione e a quella dello spettatore. La pluralità degli elementi e dei significati che compongono le mie opere ne comprendono alcuni immediatamente riconoscibili e altri che sono invece legati a un discorso più personale, che aiutano me nell’andare a costruire qualcosa di organico e coerente. C’è sempre una parte autobiografica più o meno consistente nelle mie opere, troverei troppo manieristico e difficile realizzare qualcosa che io non abbia in qualche modo interiorizzato. Tramite la realizzazione delle mie opere rappresento e “racconto” il mio punto di vista e il mio modo di sentire e interpretare. Da lì in poi è invece lo spettatore che coglie questo o quell’altro aspetto e lo interpreta a suo modo, secondo il proprio vissuto o i propri riferimenti.

Ogni immagine è curata sia dal punto di vista estetico che scenografico, contiene un messaggio oltre a provocare un’emozione in chi la osserva. Quanto curi ogni dettaglio nella sua realizzazione e quanto lasci di imprevedibile al momento dello scatto?

Come si può ora facilmente intuire, ogni dettaglio è curato, scelto o creato appositamente in fase di progetto, proprio per dare organicità e coerenza al risultato generale. In fase di scatto, però, mi piace poter seguire sentieri che non per forza erano già definiti in partenza. Non metto mai in posa i miei soggetti: scelgo la situazione e la scena, come uno storyboard da cui partire per poi definire sempre più l’immagine, ma lo scatto avviene quasi sempre cogliendo il momento di un’azione che si sta svolgendo. L’interazione con l’ambiente o con i miei modelli può creare una situazione interessante, quindi perché non esplorarla?

In Arbovitae il soggetto principale è il melograno, pianta e frutto simbolo di abbondanza e fertilità, ma anche dell’infinito ciclo della vita e della morte. Come spettatrice delle tue opere, mi concedi di interpretarlo anche come buon auspicio per la rinascita di un certo tipo di arte in Italia, che abbia qualcosa da dire oltre che da raffigurare?

Come spettatrice delle mie opere hai l’assoluta libertà di costruire la tua interpretazione partendo da esse. Sono onorata di aver potuto suggerire questa riflessione, anche perché le opere d’arte che preferisco sono quelle in cui il pensiero dell’artista e l’immagine nella quale si concretizza sono un tutt’uno perfettamente sinergico.